Cari amici, care compagne e cari compagni di cammino,
il passaggio al nuovo anno è un momento adatto non tanto per proclamare buoni propositi — spesso utili solo come alibi per non cambiare nulla — quanto per conquistare anzitutto una chiarezza interiore. Per questo, in via del tutto eccezionale, oggi non desidero parlare di musica, ma di qualcosa di più fondamentale: del nostro rapporto personale con la situazione politica e sociale nella quale ci troviamo — se ci limitiamo a sopportarla, se iniziamo a valutarla con consapevolezza, oppure se in noi sta maturando una critica che cerca forme di espressione adeguate, pacifiche ed efficaci.
Nel corso del 2025 appena concluso si è rafforzata in modo preoccupante una tendenza per cui la politica non si concepisce più soltanto come potere di ordinamento, a sua volta vincolato da limiti chiari, ma come istanza che si arroga il diritto di una “correzione” permanente dell’essere umano. In nome della salute, della sicurezza, del clima, della stabilità o di una sempre più invocata presunta difesa dei “valori occidentali”, e con il sostegno attivo — ormai difficilmente separabile — di ONG di natura oligarchica e discutibile, si è agito sempre più come se la libertà fosse un bene secondario: qualcosa da concedere, limitare o sospendere a discrezione del potere, qualora lo richiedano presunti fini superiori.
In termini concreti, ciò ha significato anche nel 2025 un ulteriore spostamento del potere decisionale: lontano da livelli democraticamente eletti e responsabili, verso organismi sovranazionali, tecnocrazie e cosiddetti “meccanismi di coordinamento”, che sfuggono con eleganza a responsabilità politica e controllo effettivo. Ha significato la progressiva normalizzazione di sistemi di identità digitale che non vengono più presentati come servizi, bensì come condizioni di accesso: chi vuole — o deve — partecipare, deve rendersi identificabile. E ha significato inoltre, con conseguenze potenzialmente altrettanto gravi, l’orientamento politico verso un sistema monetario che rischia di perdere il suo carattere neutrale per trasformarsi in uno strumento di indirizzo e controllo dei comportamenti.
A ciò si aggiunge un ulteriore aspetto, particolarmente rilevante, dell’azione statale degli ultimi anni: l’immigrazione di massa, continuativa e politicamente voluta, proveniente da contesti culturali e giuridici nei quali i diritti individuali di libertà, l’uguaglianza tra uomo e donna e la separazione tra religione e Stato non rappresentano conquiste storicamente consolidate, ma realtà sistematicamente limitate o apertamente negate. Il fatto che lo Stato sia sempre più disposto, per una tolleranza mal compresa, per ricattabilità morale o per comodità di potere, a scendere a patti con concezioni collettivistiche e forme di dominio legittimate religiosamente, segna una rottura con lo spirito della Legge fondamentale tedesca, che non tutela l’arbitrarietà culturale, bensì la libertà dell’individuo.
La tolleranza si trasforma in auto-negazione quando non è più capace di distinguere tra la persona singola, degna di protezione, e un’ideologia ostile alla libertà, fondata su pretese universalistiche di dominio con ambizioni politiche. Una società aperta non si preserva importando e relativizzando ogni ordine che la contraddice, ma conoscendo, nominando e difendendo i propri standard minimi di civiltà. Chi non è più disposto a farlo non tradisce l’umanità, bensì le sue condizioni di possibilità.
Osservando la mia ex patria e l’azione politica dell’Unione Europea, emerge un ulteriore quadro profondamente inquietante. Sotto il riferimento moralmente carico a una presunta difesa dei “valori occidentali”, una politica di escalation e confronto militare viene sempre più presentata come inevitabile, in palese tensione con il mandato di pace sancito dalla Legge fondamentale e con la responsabilità storica dell’Europa. Alla diplomazia, alla de-escalation e alla responsabilità politica subentrano retoriche di deterrenza, riarmo e durezza strategica. In questa logica, le persone in Europa rischiano di scomparire come soggetti politici responsabili, per apparire piuttosto come grandezze disponibili all’interno di astratti calcoli di sicurezza. Tale slittamento mina non solo la dignità dell’individuo, ma anche i fondamenti normativi sui quali l’Europa afferma di basarsi.
Anche in America Latina restano vive le amare esperienze storiche legate all’escalation politica, alla militarizzazione e all’uso strumentale delle situazioni di minaccia. Lì si è mostrato più volte che la normalizzazione della logica militare nello spazio politico raramente produce sicurezza, ma erode in modo duraturo fiducia, libertà e istituzioni civili.
A tutto questo progressivo indebolimento dello Stato di diritto, che nel 2025 ha conosciuto ulteriori aggravamenti soprattutto in Europa, si è aggiunta una crescente disponibilità — ormai anche praticata — a trattare la libertà di espressione non più come diritto di difesa del cittadino contro Stato, religione o oligarchie, bensì come un rischio da regolare dall’alto. La censura raramente viene ancora chiamata con il suo nome; si presenta come “moderazione”, “resilienza” o “protezione dalla disinformazione”, e viene delegata con comodo a piattaforme, algoritmi e regole private. L’effetto, tuttavia, resta lo stesso: ciò che è dicibile si restringe, il dissenso viene sanzionato, la conformità premiata — non per legge, ma attraverso infrastrutture attivate in modo mirato.
Ciò che inquieta davvero non è tanto lo stato di eccezione in sé, quanto il fatto che esso venga reso permanente senza suscitare resistenze o proteste significative. L’assuefazione all’idea che la libertà sia qualcosa che viene generosamente concessa nei tempi favorevoli e ritirata in quelli difficili. Che, quindi, non sia più un diritto fondamentale, ma un privilegio revocabile.
E tuttavia sarebbe un errore trarre da tutto ciò la conclusione di una marcia lineare e inevitabile verso la perdita della libertà. Il potere del politicamente distruttivo non vive soltanto di decisioni, ma soprattutto del nostro consenso, che troppo spesso si manifesta nella comoda e codarda passività di chi non osa dire di no quando farlo sarebbe ancora possibile senza mettere a rischio la propria vita o integrità. Questo potere inizia a erodersi nel momento in cui le persone tornano a distinguere con chiarezza: tra responsabilità e tutela forzata, tra solidarietà e coercizione, tra ordine e controllo — e ne traggono prime conseguenze, anche se ancora timide. Le prime crepe nella facciata sono già visibili, non da ultimo là dove la centralizzazione, una delle radici principali del problema, non riesce più a mantenere le proprie promesse di efficienza e stabilità.
Forse il vero spiraglio di speranza per il 2026 non risiede dunque in una svolta politica improvvisa, ma anzitutto in una correzione intellettuale, individuale e, per naturale conseguenza, anche sociale. Nel ritorno alla consapevolezza che l’essere umano non è un problema di sicurezza da amministrare, ma un individuo capace di responsabilità, come lo è sempre stato nelle sue migliori espressioni. E in tre coordinate fondamentali: primo, che il denaro dovrebbe essere neutrale; secondo, che l’identità non è un lasciapassare; terzo, che l’opinione non può essere un prodotto soggetto a licenza. E infine nella comprensione che la libertà non è il risultato di una pianificazione — per quanto “intelligente” o autoritaria — come sempre più ci si tenta di imporre, ma il suo limite necessario e non negoziabile.
In questo spirito auguro a voi — e a tutti noi — per l’anno che viene non una falsa e autoassolutoria tranquillità, ma l’inizio di una chiarezza rigenerante. Non adattamento per comodità, ma una capacità di giudizio pronta anche all’incomodo. Connessione e scambio attivo e cooperativo con persone affini. E la serenità di chi sa che l’autodeterminazione non ha bisogno di autorizzazione per essere legittima.
La vera prova del nostro tempo non consiste nel celebrare solennemente la libertà, ma nel verificare se esistono persone disposte a sostenerla anche quando diventa impopolare, scomoda o poco pratica. La libertà non si manifesta nell’applauso della maggioranza, ma nella fermezza della minoranza che rifiuta di delegare verità, responsabilità e coscienza alle circostanze mutevoli. Dove questa sovranità interiore rimane intatta, tutto può ancora essere guadagnato — anche nelle condizioni esterne più difficili.
Con un caro saluto, musicale e libero nello spirito,
e con i miei migliori auguri per un 2026 buono, sano, riuscito, conquistato con determinazione contro ogni avversità.
Martin Münch
Martin Münch Musik
Donnerstag, 1. Januar 2026
La libertà non è un privilegio – riflessioni all’ingresso nel 2026
Mittwoch, 31. Dezember 2025
La libertad no es un privilegio – reflexiones al entrar en 2026
Queridos amigos, queridos compañeros de camino:
El cambio de año es un buen momento no solo para lanzar al mundo propósitos bienintencionados como coartada para no hacer, al final, absolutamente nada, sino sobre todo para alcanzar primero una claridad propia. Y así, de manera excepcional, hoy no quiero hablar de música, sino de algo más fundamental: de nuestra propia relación con la situación política y social en la que nos encontramos —de si la soportamos pasivamente, de si empezamos a evaluarla de manera consciente, o de si en nosotros ya madura una crítica que busca formas de expresión adecuadas, pacíficas y eficaces.
En el año 2025 que acaba de concluir se ha intensificado de manera alarmante una tendencia según la cual la política ya no se concibe únicamente como un poder de orden, delimitado a su vez por fronteras claras, sino como una instancia que, de forma pedagógica y coercitiva, se arroga la corrección permanente del ser humano. En nombre de la salud, la seguridad, el clima, la estabilidad o de una cada vez más invocada supuesta defensa de los “valores occidentales”, y con el apoyo activo —ya casi inextricable— de ONG dudosas y de carácter oligárquico, se ha actuado crecientemente como si la libertad fuera un bien secundario: algo que puede concederse, restringirse o suspenderse arbitrariamente cuando así lo exijan presuntos fines superiores.
En términos muy concretos, esto significó también en 2025 un nuevo desplazamiento del poder de decisión: lejos de instancias democráticamente elegidas y responsables, hacia órganos supranacionales, tecnócratas y los llamados “mecanismos de coordinación”, que eluden con elegancia toda responsabilidad política y control efectivo. Significó la normalización progresiva de sistemas de identidad digital que dejan de concebirse como un servicio para convertirse en condición de acceso: quien quiera —o deba— participar, tiene que identificarse. Y significó asimismo, con consecuencias potencialmente igual de graves, la fijación política de un sistema monetario que podría perder su carácter neutral para transformarse en un instrumento de orientación y control del comportamiento.
A ello se suma otro aspecto especialmente trascendente de la acción estatal de los últimos años: la inmigración masiva, sostenida y políticamente promovida, procedente de contextos culturales y jurídicos en los que los derechos individuales de libertad, la igualdad ante la ley y la separación entre religión y Estado no son conquistas históricamente consolidadas, sino realidades sistemáticamente restringidas o abiertamente negadas. Que el Estado esté cada vez más dispuesto, por una tolerancia mal entendida, por chantaje moral o por comodidad de poder, a pactar con concepciones colectivistas y formas de dominación legitimadas religiosamente, marca una ruptura con el espíritu de la Ley Fundamental alemana, que no protege la arbitrariedad cultural, sino la libertad del individuo.
La tolerancia se transforma aquí en autonegación cuando deja de distinguir entre el ser humano individual, digno de protección, y una ideología hostil a la libertad, sustentada en pretensiones de dominación universal con legitimación religiosa y aspiración de validez política. Una sociedad abierta no se preserva importando y relativizando cualquier orden que la contradiga, sino conociendo, nombrando y defendiendo sus propios estándares civilizatorios mínimos. Quien ya no esté dispuesto a hacerlo no traiciona a la humanidad, sino a sus condiciones de posibilidad.
Al observar mi antigua patria y la actuación política de la Unión Europea, se impone otro diagnóstico profundamente inquietante. Bajo la referencia moralmente cargada a una supuesta defensa de los “valores occidentales”, una política de escalada y confrontación militar se presenta cada vez más como inevitable, en una tensión evidente con el mandato de paz consagrado en la Ley Fundamental y con la responsabilidad histórica de Europa. A la diplomacia, la desescalada y la rendición de cuentas políticas las sustituyen retóricas de disuasión, rearme y dureza estratégica. En esta lógica, las personas en Europa dejan de ser percibidas como sujetos políticos responsables y pasan a aparecer como magnitudes disponibles dentro de cálculos abstractos de seguridad. Tal desplazamiento no solo socava la dignidad del individuo, sino también los fundamentos normativos en los que Europa dice basarse.
También en América Latina siguen muy vivas las amargas experiencias históricas con la escalada política, la militarización y la instrumentalización de escenarios de amenaza. Allí se ha demostrado repetidamente que la normalización de la lógica militar en el ámbito político rara vez genera seguridad, pero sí erosiona de manera duradera la confianza, la libertad y las instituciones civiles.
A todo este deterioro del Estado de derecho, que en 2025 experimentó nuevas y lamentables expansiones en Europa, se sumó una disposición cada vez más abierta —y ya practicada— a tratar la libertad de expresión no como un derecho de defensa del ciudadano frente al Estado, la religión o la oligarquía, sino como un riesgo que debe ser regulado desde arriba. La censura rara vez se denomina ya como tal; aparece bajo los nombres de “moderación”, “resiliencia” o “protección contra la desinformación”, y se delega convenientemente en plataformas, algoritmos y normativas privadas. El efecto es el mismo: el ámbito de lo decible se estrecha, la disidencia se sanciona y la conformidad se recompensa, no por ley, sino mediante infraestructuras afinadas con precisión.
Lo verdaderamente inquietante no es tanto el estado de excepción en sí. Lo inquietante es que se consolide sin provocar protestas ni resistencias significativas. La habituación a la idea de que la libertad es algo que se concede generosamente en tiempos favorables y se retira en tiempos difíciles. Que, en consecuencia, ya no sea un derecho fundamental, sino un privilegio revocable.
Y sin embargo, sería un error para todos nosotros deducir de ello un pronóstico lineal e ineludible de una marcha fúnebre hacia la falta de libertad. El poder de lo políticamente perverso no se sostiene solo en decisiones, sino sobre todo en nuestro consentimiento, que se manifiesta con demasiada frecuencia en la cómoda y cobarde pasividad de quienes no se atreven a decir no cuando aún sería posible hacerlo sin peligro para la vida o la integridad física. Ese poder comienza a erosionarse en el momento en que las personas reaprenden a distinguir con claridad: entre responsabilidad y tutela, entre solidaridad y coacción, entre orden y control, y extraen de esa distinción primeras consecuencias, aunque todavía sean tímidas. Las primeras grietas en la fachada son visibles, no menos allí donde la centralización —una de las raíces principales del problema— deja de cumplir sus propias promesas de eficiencia y estabilidad.
Tal vez el verdadero rayo de esperanza para 2026 no resida en un giro político repentino, sino antes que nada en una corrección intelectual, individual y, como consecuencia casi natural, también social. En el retorno a la convicción de que el ser humano no es un problema de seguridad que deba ser administrado, sino un individuo capaz de responsabilidad, tal como siempre lo ha sido en sus mejores versiones. Y en tres coordenadas fundamentales adicionales: primero, que el dinero debería ser neutral; segundo, que la identidad digital no es un boleto de entrada; y tercero, que la opinión no puede ser un producto sujeto a licencia. Y, finalmente, en la comprensión de que la libertad no es el resultado de una planificación inteligente o autoritaria —como cada vez más se nos intenta imponer—, sino su límite necesario e innegociable.
En este sentido, os deseo —y nos deseo a todos— para el año que comienza no una falsa calma autoindulgente, sino el inicio de una claridad purificadora. No adaptación por comodidad, sino una capacidad de juicio dispuesta también a lo incómodo. Conexión y un intercambio activo y cooperativo con personas afines. Y la serenidad de quien sabe que la autodeterminación autónoma no necesita ser autorizada para ser legítima.
La verdadera prueba de nuestro tiempo no consiste en invocar solemnemente la libertad, sino en comprobar si existen personas dispuestas a sostenerla incluso cuando se vuelve impopular, impráctica o incómoda. La libertad no se manifiesta en el aplauso de la mayoría, sino en la firmeza de la minoría que se niega a delegar verdad, responsabilidad y conciencia en coyunturas cambiantes. Allí donde esa soberanía interior se conserva, todo puede ganarse, incluso bajo las condiciones externas más difíciles.
Con un afectuoso saludo musical y de espíritu libre,
y mis mejores deseos para un 2026 bueno, saludable, logrado y arrancado con determinación a todo lo adverso.
Martin Münch
Zur Lage der Freiheit – Gedanken zum Jahreswechsel 2026
Liebe Freunde, liebe Weggefährten,
der Jahreswechsel ist ein guter Moment, um nicht nur wohlfeile Vorsätze als Alibi dafür, am Ende doch nichts zu tun, in die Welt zu hauen, sondern sich insbesondere erst einmal eine eigene Klarheit zu verschaffen. Und so soll es heute ausnahmsweise nicht um Musik gehen, sondern um etwas Grundlegenderes: Um unser eigenes Verhältnis zu der politischen und gesellschaftlichen Lage, in der wir uns wiederfinden – ob wir sie lediglich ertragen, ob wir beginnen, sie bewusst zu beurteilen, oder ob in uns bereits eine Kritik heranreift, die nach geeigneten, friedlichen und wirksamen Ausdrucksformen sucht.
Im zu Ende gegangenen Jahr 2025 hat sich verhängnisvollerweise die Tendenz verstärkt, dass Politik sich nicht mehr nur als eine Ordnungsmacht versteht, die ihrerseits von klaren Grenzen eingehegt wird, sondern als eine Instanz, die sich auf brachialpädagogische Art eine fortlaufende Korrektur des Menschen anmaßt. Im Namen von Gesundheit, Sicherheit, Klima, Stabilität oder einer zunehmend bemühten vermeintlichen Verteidigung ›westlicher Werte‹ wurde unter tatkräftiger und kaum noch zu entflechtender Unterstützung zweifelhafter, oligarchischer NGOs zunehmend so getan und gehandelt, als sei Freiheit ein nachrangiges Gut – etwas, das man nach selbstherrlichem Belieben gewähren, einschränken oder aussetzen könne, wenn vermeintlich höhere Zwecke es erfordern.
Ganz praktisch bedeutete das auch im Jahr 2025 eine weitere Verlagerung von Entscheidungsmacht – weg von demokratisch gewählten und verantwortlichen Ebenen, hin zu supranationalen Gremien, Expertokraten und sogenannten „Koordinationsmechanismen“, die sich einer politischen Haftung und wirksamen Kontrolle elegant entziehen. Es bedeutete die schleichende Selbstverständlichkeit digitaler Identitätssysteme, die zunehmend nicht mehr als Service, sondern als Zugangsvoraussetzung fungieren sollen – wer teilnehmen will oder muss, hat sich kenntlich zu machen. Und es bedeutete, was mindestens ebenso gravierende Negativwirkungen erwarten lässt, die politische Festlegung auf ein Geldsystem, das seinen neutralen Charakter verlieren könnte, um zum Instrument der Verhaltenslenkung zu werden.
Ein weiterer, besonders folgenreicher Aspekt staatlichen Handelns der letzten Jahre tritt hinzu: die fortgesetzte, politisch gewollte Masseneinwanderung aus Kultur- und Rechtsräumen, in denen individuelle Freiheitsrechte, Gleichberechtigung und die Trennung von Religion und Staat nicht historisch erkämpfte Selbstverständlichkeiten, sondern systematisch eingeschränkt oder offen negiert sind. Dass der Staat dabei zunehmend bereit ist, aus falsch verstandener Toleranz, moralischer Erpressbarkeit oder machtpolitischer Bequemlichkeit mit kollektivistischen und religiös legitimierten Herrschaftsvorstellungen zu paktieren, markiert einen Bruch mit dem Geist des Grundgesetzes, das nicht kulturelle Beliebigkeit schützt, sondern die Freiheit des Individuums.
Toleranz schlägt hier in Selbstverleugnung um, wenn sie nicht mehr zwischen dem schutzwürdigen einzelnen Menschen und einer freiheitsfeindlichen Ideologie von religiös legitimierten, universalistischen Herrschaftsvorstellungen mit politischem Geltungsanspruch zu unterscheiden vermag. Eine offene Gesellschaft bewahrt sich nicht dadurch, dass sie jede ihr widersprechende Ordnung importiert und relativiert, sondern dadurch, dass sie ihre eigenen zivilisatorischen Mindeststandards kennt, benennt und verteidigt. Wer dazu nicht mehr bereit ist, verteidigt nicht die Humanität – sondern verrät ihre Voraussetzungen.
Zu all diesem rechtsstaatszersetzenden Elend, das 2025 in Europa leider weitere Negativausweitungen erfahren hat, kam die zunehmend offene Bereitschaft und praktizierte Praxis hinzu, Meinungsfreiheit nicht mehr als Abwehrrecht des Bürgers gegen Staat, Religion oder Oligarchie, sondern als von oben zu regulierendes Risiko zu behandeln. Zensur wird dabei selten noch so genannt; sie tritt als „Moderation“, „Resilienz“ oder „Schutz vor Desinformation“ auf und wird praktischerweise an Plattformen, Algorithmen und private Regelwerke delegiert. Der Effekt bleibt derselbe: Das Sagbare wird verengt, Abweichung sanktioniert, Konformität belohnt – nicht per Gesetz, sondern per scharf geschalteter Infrastruktur.
Das eigentlich Beunruhigende daran ist weniger der Ausnahmezustand als solcher. Beunruhigend ist vielmehr, dass er verstetigt wird, ohne allzu große Proteste oder Widerstände hervorzurufen. Die Gewöhnung an die Vorstellung, Freiheit sei etwas, das in guten Zeiten großzügig gewährt und in schlechten Zeiten eben einkassiert werde. Dass sie also kein Grundrecht mehr ist, sondern ein widerrufliches Privileg.
Und doch wäre es für uns alle ein Fehler, daraus zwangsläufig einen linearen und unentrinnbaren Todesmarsch in die Unfreiheit zu prognostizieren. Die Macht des politisch Bösen lebt nicht nur von Beschlüssen, sondern insbesondere auch von unserer Zustimmung – und diese äußert sich allzu oft in der faulen und feigen Bequemlichkeit der Vielen, nein zu sagen, wo dies noch ohne Gefahr für Leib und Leben möglich wäre. Sie beginnt zu erodieren in dem Moment, in dem Menschen wieder lernen, sauber zu unterscheiden: zwischen Verantwortung und Bevormundung, zwischen Solidarität und Zwang, zwischen Ordnung und Kontrolle – und aus dieser Unterscheidung erste, wenn auch zarte Konsequenzen ziehen. Erste Risse in der Fassade sind unübersehbar, nicht zuletzt dort, wo Zentralisierung als eine der Hauptwurzeln des Übels ihre eigenen Versprechen von Effizienz und Stabilität nicht mehr einlöst.
Möglicherweise liegt der eigentliche Hoffnungsschimmer für 2026 daher nicht in einem plötzlichen politischen Umschwung, sondern zunächst in einer geistigen Korrektur - individuell wie in der naturgesetzlichen Folge auch gesellschaftlich. In der Rückkehr der Einsicht, dass der Mensch kein Sicherheitsproblem ist, das verwaltet werden muss, sondern ein verantwortungsfähiges Individuum – so, wie er es in seinen besten Versionen immer schon war. Und in drei weiteren fundamentalen Koordinaten: erstens, dass Geld neutral sein sollte; zweitens, dass digitale Identität nicht als Eintrittskarte zu fungieren hat; und drittens, dass Meinung kein Lizenzprodukt sein darf. Und schließlich in der Erkenntnis, dass Freiheit nicht das Ergebnis kluger oder autoritärer Planung ist, wie man uns zunehmend aufzunötigen versucht, sondern deren notwendige und unverhandelbare Grenze.
In diesem Sinne wünsche ich Euch – und uns allen – für das kommende Jahr nicht etwa eine falsche, selbstbelügende Beruhigung, sondern den Beginn einer reinigenden Klarheit. Keine Anpassung aus Bequemlichkeit, sondern eine auch für das Unbequeme bereite Urteilskraft. Vernetzung und aktiven, kooperativen Austausch mit ähnlich gesinnten Menschen. Und die Gelassenheit dessen, der weiß, dass autonome Selbstbestimmung nicht erst genehmigt werden muss, um legitim zu sein.
Ihr/Euer
Martin Münch
Montag, 22. Dezember 2025
Recordatorio: Concierto Navideño con Martin Münch – MAÑANA! ¹
mañana, martes 23 de diciembre a las 19:30 h, le da la bienvenida el Templo Inglés (Reconquista 522, Ciudad Vieja) a un Concierto Navideño de profunda serenidad. El pianista alemán Martin Münch interpreta obras contemplativas de Bach, Händel, Mozart y Reger, junto con sus propias composiciones – un programa que alterna recogimiento, luminosidad y la esencia íntima de la Navidad, accesible para todos.
Disfrute de una experiencia musical que evoca calma interior y tradición atemporal.
Entradas: 450 $U
https://redtickets.uy/evento/Concierto-Navideno/26204/
Esperamos su presencia para compartir esta velada especial.