Cari amici, care compagne e cari compagni di cammino,
il passaggio al nuovo anno è un momento adatto non tanto per proclamare buoni propositi — spesso utili solo come alibi per non cambiare nulla — quanto per conquistare anzitutto una chiarezza interiore. Per questo, in via del tutto eccezionale, oggi non desidero parlare di musica, ma di qualcosa di più fondamentale: del nostro rapporto personale con la situazione politica e sociale nella quale ci troviamo — se ci limitiamo a sopportarla, se iniziamo a valutarla con consapevolezza, oppure se in noi sta maturando una critica che cerca forme di espressione adeguate, pacifiche ed efficaci.
Nel corso del 2025 appena concluso si è rafforzata in modo preoccupante una tendenza per cui la politica non si concepisce più soltanto come potere di ordinamento, a sua volta vincolato da limiti chiari, ma come istanza che si arroga il diritto di una “correzione” permanente dell’essere umano. In nome della salute, della sicurezza, del clima, della stabilità o di una sempre più invocata presunta difesa dei “valori occidentali”, e con il sostegno attivo — ormai difficilmente separabile — di ONG di natura oligarchica e discutibile, si è agito sempre più come se la libertà fosse un bene secondario: qualcosa da concedere, limitare o sospendere a discrezione del potere, qualora lo richiedano presunti fini superiori.
In termini concreti, ciò ha significato anche nel 2025 un ulteriore spostamento del potere decisionale: lontano da livelli democraticamente eletti e responsabili, verso organismi sovranazionali, tecnocrazie e cosiddetti “meccanismi di coordinamento”, che sfuggono con eleganza a responsabilità politica e controllo effettivo. Ha significato la progressiva normalizzazione di sistemi di identità digitale che non vengono più presentati come servizi, bensì come condizioni di accesso: chi vuole — o deve — partecipare, deve rendersi identificabile. E ha significato inoltre, con conseguenze potenzialmente altrettanto gravi, l’orientamento politico verso un sistema monetario che rischia di perdere il suo carattere neutrale per trasformarsi in uno strumento di indirizzo e controllo dei comportamenti.
A ciò si aggiunge un ulteriore aspetto, particolarmente rilevante, dell’azione statale degli ultimi anni: l’immigrazione di massa, continuativa e politicamente voluta, proveniente da contesti culturali e giuridici nei quali i diritti individuali di libertà, l’uguaglianza tra uomo e donna e la separazione tra religione e Stato non rappresentano conquiste storicamente consolidate, ma realtà sistematicamente limitate o apertamente negate. Il fatto che lo Stato sia sempre più disposto, per una tolleranza mal compresa, per ricattabilità morale o per comodità di potere, a scendere a patti con concezioni collettivistiche e forme di dominio legittimate religiosamente, segna una rottura con lo spirito della Legge fondamentale tedesca, che non tutela l’arbitrarietà culturale, bensì la libertà dell’individuo.
La tolleranza si trasforma in auto-negazione quando non è più capace di distinguere tra la persona singola, degna di protezione, e un’ideologia ostile alla libertà, fondata su pretese universalistiche di dominio con ambizioni politiche. Una società aperta non si preserva importando e relativizzando ogni ordine che la contraddice, ma conoscendo, nominando e difendendo i propri standard minimi di civiltà. Chi non è più disposto a farlo non tradisce l’umanità, bensì le sue condizioni di possibilità.
Osservando la mia ex patria e l’azione politica dell’Unione Europea, emerge un ulteriore quadro profondamente inquietante. Sotto il riferimento moralmente carico a una presunta difesa dei “valori occidentali”, una politica di escalation e confronto militare viene sempre più presentata come inevitabile, in palese tensione con il mandato di pace sancito dalla Legge fondamentale e con la responsabilità storica dell’Europa. Alla diplomazia, alla de-escalation e alla responsabilità politica subentrano retoriche di deterrenza, riarmo e durezza strategica. In questa logica, le persone in Europa rischiano di scomparire come soggetti politici responsabili, per apparire piuttosto come grandezze disponibili all’interno di astratti calcoli di sicurezza. Tale slittamento mina non solo la dignità dell’individuo, ma anche i fondamenti normativi sui quali l’Europa afferma di basarsi.
Anche in America Latina restano vive le amare esperienze storiche legate all’escalation politica, alla militarizzazione e all’uso strumentale delle situazioni di minaccia. Lì si è mostrato più volte che la normalizzazione della logica militare nello spazio politico raramente produce sicurezza, ma erode in modo duraturo fiducia, libertà e istituzioni civili.
A tutto questo progressivo indebolimento dello Stato di diritto, che nel 2025 ha conosciuto ulteriori aggravamenti soprattutto in Europa, si è aggiunta una crescente disponibilità — ormai anche praticata — a trattare la libertà di espressione non più come diritto di difesa del cittadino contro Stato, religione o oligarchie, bensì come un rischio da regolare dall’alto. La censura raramente viene ancora chiamata con il suo nome; si presenta come “moderazione”, “resilienza” o “protezione dalla disinformazione”, e viene delegata con comodo a piattaforme, algoritmi e regole private. L’effetto, tuttavia, resta lo stesso: ciò che è dicibile si restringe, il dissenso viene sanzionato, la conformità premiata — non per legge, ma attraverso infrastrutture attivate in modo mirato.
Ciò che inquieta davvero non è tanto lo stato di eccezione in sé, quanto il fatto che esso venga reso permanente senza suscitare resistenze o proteste significative. L’assuefazione all’idea che la libertà sia qualcosa che viene generosamente concessa nei tempi favorevoli e ritirata in quelli difficili. Che, quindi, non sia più un diritto fondamentale, ma un privilegio revocabile.
E tuttavia sarebbe un errore trarre da tutto ciò la conclusione di una marcia lineare e inevitabile verso la perdita della libertà. Il potere del politicamente distruttivo non vive soltanto di decisioni, ma soprattutto del nostro consenso, che troppo spesso si manifesta nella comoda e codarda passività di chi non osa dire di no quando farlo sarebbe ancora possibile senza mettere a rischio la propria vita o integrità. Questo potere inizia a erodersi nel momento in cui le persone tornano a distinguere con chiarezza: tra responsabilità e tutela forzata, tra solidarietà e coercizione, tra ordine e controllo — e ne traggono prime conseguenze, anche se ancora timide. Le prime crepe nella facciata sono già visibili, non da ultimo là dove la centralizzazione, una delle radici principali del problema, non riesce più a mantenere le proprie promesse di efficienza e stabilità.
Forse il vero spiraglio di speranza per il 2026 non risiede dunque in una svolta politica improvvisa, ma anzitutto in una correzione intellettuale, individuale e, per naturale conseguenza, anche sociale. Nel ritorno alla consapevolezza che l’essere umano non è un problema di sicurezza da amministrare, ma un individuo capace di responsabilità, come lo è sempre stato nelle sue migliori espressioni. E in tre coordinate fondamentali: primo, che il denaro dovrebbe essere neutrale; secondo, che l’identità non è un lasciapassare; terzo, che l’opinione non può essere un prodotto soggetto a licenza. E infine nella comprensione che la libertà non è il risultato di una pianificazione — per quanto “intelligente” o autoritaria — come sempre più ci si tenta di imporre, ma il suo limite necessario e non negoziabile.
In questo spirito auguro a voi — e a tutti noi — per l’anno che viene non una falsa e autoassolutoria tranquillità, ma l’inizio di una chiarezza rigenerante. Non adattamento per comodità, ma una capacità di giudizio pronta anche all’incomodo. Connessione e scambio attivo e cooperativo con persone affini. E la serenità di chi sa che l’autodeterminazione non ha bisogno di autorizzazione per essere legittima.
La vera prova del nostro tempo non consiste nel celebrare solennemente la libertà, ma nel verificare se esistono persone disposte a sostenerla anche quando diventa impopolare, scomoda o poco pratica. La libertà non si manifesta nell’applauso della maggioranza, ma nella fermezza della minoranza che rifiuta di delegare verità, responsabilità e coscienza alle circostanze mutevoli. Dove questa sovranità interiore rimane intatta, tutto può ancora essere guadagnato — anche nelle condizioni esterne più difficili.
Con un caro saluto, musicale e libero nello spirito,
e con i miei migliori auguri per un 2026 buono, sano, riuscito, conquistato con determinazione contro ogni avversità.
Martin Münch
Donnerstag, 1. Januar 2026
La libertà non è un privilegio – riflessioni all’ingresso nel 2026
Abonnieren
Kommentare zum Post (Atom)
Keine Kommentare:
Kommentar veröffentlichen